Tante volte mi è capitato di parlarvi del grande don Bosco, poche, invece, mi sono soffermato sulla causa prima della grandezza di questo uomo, sua madre Margherita Occhiena. Lei era capace di svegliare in piena notte uno dei suoi figli perché l’accompagnasse. Diceva: “C’è da fare un’opera di carità, andiamo!”. Spesso d’inverno bussava alla porta di casa Bosco un mendicante che chiedeva di dormire nel fienile. Prima di lasciarlo salire, gli dava un piatto di brodo caldo. Vedendo i piedi piagati dal freddo, glieli scaldava in una bacinella d’acqua calda, per poi avvolgerli come poteva con un panno perché non entrasse acqua dagli zoccoli. Un ricco chiamato Cecco aveva sperperato tutte le sue sostanze e si vergognava a chiedere l’elemosina, perché additato dalla gente come “colui che faceva baldoria men – tre gli altri lavoravano”. Sapendo questo, Margherita metteva sempre una scodella di cibo sul davanzale della finestra e al calar della notte Cecco veniva a prenderla. Durante il tempo di Napoleone la casetta di mamma Margherita era spesso visitata da piccoli gruppi di “ricercati” braccati dalle guardie: anche a loro non negava un piatto di minestra. Capitava che subito dopo bussassero alla porta i gendarmi, ma in casa Bosco vigeva una specie di “armistizio”: le guardie si limitavano a chiedere un bicchiere di vino e non tentarono mai un arresto. In questo modo i banditi, nascosti sul fienile, potevano andarsene in silenzio. Anche a Valdocco non risparmiò la sua carità verso giovani orfani e poveri che chiedevano ospitalità presso l’oratorio. Vendette il corredo da sposa e dei gioielli per poter far fronte ad alcune spese. Durante l’epidemia di colera a Torino nel 1854, mamma Margherita preparò una bottiglietta d’aceto per i quattordici ragazzi che si offrirono volontari ad aiutare i malati, perché si disinfettassero le mani evitando il contagio. Un giorno un ragazzo le chiese affannato: “Dobbiamo portare un malato grave al lazzaretto, ma non abbiamo un lenzuolo decente. Non avete proprio niente mamma?». Mamma Margherita ci pensò, poi tolse la tovaglia bianca dall’altare della chiesa nuova e gliela diede: “Prendila per il tuo malato. Non credo che il Signore si offenda”.

I NOSTRI FIGLI NON FARANNO MAI QUELLO CHE GLI RACCOMANDIAMO MAGARI ALLA NOIA, MA SARANNO QUELLO CHE CI VEDRANNO FARE…

Recuperiamo Gratuità e  Gratitudine, nella dimensione del quotidiano, nella famiglia come nelle organizzazioni . Facciamo uno sforzo per recedere da quel mondo, purtroppo oggi sotto gli occhi di tutti, intessuto di troppi «favori», «acquisti», «pagamenti», nemmeno tanto velati o sotterranei, anzi quasi legittimati o ritenuti legittimi.

La gratuità è la premessa e il fondamento della possibile gratitudine successiva, che abita nei cuori di uomini e donne puliti e non contaminati, che amano, donano e si concedono (impegnandosi adeguatamente) per libera scelta. Che non perseguono scopi od obiettivi ulteriori e non ricercano o bramano attivare (e dunque praticare) simbiosi e dipendenze inutili o dannose.

La gratuità è alla base del progetto educativo e di amore del genitore per il figlio, dei coniugi migliori tra loro e dell’augurabile impegno del docente verso l’allievo, del Maestro con il discepolo.

Il valore di una persona, diceva Alber Einstein, risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere.