Essere mamma e papà, educatore, prete, allenatore spesso viene associato alla capacità adulta di rispondere alle domande che via via i figli, i giovani, pongono prima sulle questioni più semplici, per arrivare a quella più articolate per poi smettere completamente di interrogare chi li ha generati o li sta accompagnando all’incontro con la vita.

A me piace molto pensare che fare i genitori  e gli educatori significa esattamente  il contrario. Smettere di dare risposte, soprattutto funzionali, e diventare capaci di proporre domande di ampio respiro sulle cose che capitano ogni giorno.

Oscar Wilde direbbe: «Le risposte sono capaci di darle tutti, per fare le vere domande ci vuole un genio», mentre il famoso romanziere Honoré de Balzac scriveva: «La chiave di tutte le scienze è indiscutibilmente il punto di domanda». E per finire mi piace citare in questo ragionamento Albert Einstein che così asseriva “Se avessi solo un’ora per risolvere un problema dalla cui soluzione dipendesse la mia vita, passerei i primi 55 minuti a stabilire che domanda porre, perché, una volta individuata la domanda giusta, risolverei il problema in meno di cinque minuti”

Di rado, pensiamo, che l’ESSENZIALE, soprattutto oggi dove sembra tutto a portata di google (che guarda caso mostra quello che cerchiamo SOLO se ben interrogato) sia riuscire a porre domande stuzzicanti.   Anche a scuola quiz, crocette e test attitudinali contribuiscono a rafforzare il valore della risposta

Il fatto che la nostra cultura sia contraria a porre domande creative è legato  sia all’importanza data a trovare soluzioni rapide (che NON ESISTONO IN TERMINI EDUCATIVI) che a una spiccata preferenza per un modo di pensare in  termini alternativi, quali  bianco/nero – o/o. Inoltre il ritmo sempre più accelerato della nostra vita e del nostro lavoro non ci dà spesso l’occasione di partecipare a scambi di riflessione in cui, prima di arrivare a una decisione, vengano esaminate domande stimolanti e nuove potenzialità.

Tra il nostro smodato attaccamento alla risposta – qualunque essa sia – e la nostra ansia di non sapere a sufficienza, abbiamo senza volerlo soffocato la nostra capacità collettiva di  stimolare creatività e aprire nuove strade. Invece abbiamo più che mai bisogno di queste capacità, viste le sfide educative senza precedenti che ci sono poste innanzi.

Un ragazzo che cresce stimolato da significative  riflessioni diventerà  lui stesso significativo, uno invece che riceverà risposte spesso non le ascolterà, altre volte si contrapporrà e ancor più tristamente non incontrerà mai la ragione e la verità nascoste delle cose. Quando tuo figlio, uno studente, esprime un giudizio su una cosa, situazione, persona non occorre dare continuità al ragionamento proposto, ma invitarlo a ragionare sul motivo di  realtà. “Perchè secondo te è capitato così?” “Come mai quella persona a tuo giudizio a fatto quello o quell’altro” è ben diverso che contestare o suffragare magari strampalti e soggettivi personalismi.

In un paese lontano si dice che una risposta intelligente merita un inchino, ma una domanda stimolante una genuflessione.

Smettiamola cari educatori di parlare con questi figli in maniera funzionale, diventiamo dubitativi e lasciamo la dimensione assertiva solo davanti al pericolo del Male che qualche volta bussa minacciosa all’uscio, e davanti al quale occorre la parola definitiva dell’adulto.