Nel solco degli auguri di buon anno che ci siamo scambiati anche io vi raggiungo con questo contributo educativo, proprio del mese di gennaio, con il desiderio di suggerirci reciprocamente ciò che potrebbe essere davvero essenziale, perché questo 2026 non sia un anno in cui capitino miracoli, ma semplici possibilità, riconosciute e valorizzate da ciascuno di noi.
Vorrei, anzitutto, che i mesi che ci stanno davanti siano un tempo nel quale imparare a leggere senza inganno le cose che saremo chiamati a vivere, allontanando da noi autoillusioni e generiche ancorchè rassicuranti semplificazioni. Potremmo proporci di cercare la verità delle cose, quella che ci rende davvero liberi, sforzandoci in ogni modo di considerare la realtà come un luogo nel quale coabita la multifattorialità. Per istinto di sopravvivenza siamo in cerca di omeostasi, tane mentali sicure, che ci permettono di sopravvivere all’imponderabile. Dovremmo, invece, augurarci di smettere di ragionare sempre secondo i nostri schemi mentali. La realtà non è nemmeno liquida, come sostiene l’obsoleto Bauman, ma è addirittura gassosa, spesso impalpabile e indefinibile. SE CONSERVEREMO, DESIDEREREMO; ADOTTEREMO questo principio dal punto di vista educativo FAREMO MERAVIGLIE, perché agiremo con la logica del buon seminatore e non con quella del raccoglitore preoccupato della gramigna. I veri stupidi sono coloro che credono di aver capito tutto di quel che capita, di avere sempre loro la soluzione, di poter giungere alla conclusione banalizzando o assolutizzando, pensando che le cose si possano risolvere “raccontandoci la nostra verità”
Ed insieme a questo atteggiamento di onestà intellettuale vorrei che fosse un anno nel quale smettessimo di proiettare sugli altri la responsabilità del fatto che alcune cose nella nostra vita non tornano. C’è un grande sociologo Girard ch sostiene che la società umana si regge di norma sulla contrapposizione ai propri “presunti” e raramente “certi” nemici. Sicchè ciò che ci guida come persone non è il bene ma il nemico o il male. E’ il processo del “capro espiatorio”: proiettare il male e ogni contradizione della realtà su qualcuno così da sopravvivere al pericolo di una autoanalisi profonda, corretta e smascherante. La caccia al colpevole è diventato uno sport nazional popolare. Il meccanismo psicologico e anche culturale di colpevolizzazione altrui ci preserva dal rischio, infatti, di riconoscerci e apparire per quello che siamo realmente.
Sia un anno allontaniamo “Dia-balla”, il verbo che sta dietro alla parola “diabolos” che di per sé significa “porre in contrasto, dividere opponendo”, mettendo fuori “colui che si contrappone” o ancor di più “colui che contrappone” sia in termini di pensieri, ragionamenti ed azioni, per abbracciare ciò che ci unisce.



