C’è una pagina delle scritture che mi ha sempre colpito, specie in termini di strategia educativa. E’ la parabola in cui Gesù  indica la necessità da parte dell’agricoltore di munirsi di cesoie e forbice, entrare nella vigna, e cominciare a sfrondare, tagliare, rimuovere non tanto i rami secchi, ma proprio quelli vivi, e non con un intento diabolico, ma al solo fine che essi stessi continuino a dare il frutto buono.  Lo “sfrondare” o potare, radicato nella metafora evangelica della vite e dei tralci (Giovanni 15,1-8), è un processo fondamentale che mira a eliminare il superfluo per concentrare le energie sulla crescita essenziale e feconda. Sfrondare assume, dunque, il  significato educativo di lasciare andare ciò che è superfluo, le abitudini, gli atteggiamenti, le comodità che impediscono la crescita interiore.

Era del resto la tecnica  utilizzata da mio suocero, agronomo all’Università degli Studi di Milano, che a tempo opportuno  dedicava intere giornate ad intervenire, specie, sulla piante che l’anno precedente erano state rigogliose di frutti, andando ad eliminare i rami  troppo lunghi che si sarebbero spezzati per il troppo carico.I contadini bravi, dunque, lo sanno, che ad un certo c’è da prendere in mano la motosega, ed iniziare a tagliare.

A te, caro educatore, caro genitore,  chiedo se hai in mente che questa operazione è  indispensabile anche nella cura che riservi a tuo figlio, al tuo studente, affinchè  porti nella vita molto frutto succoso, dolce come miele?

Se per timore stai  educativamente immobile, inerte o passivo  alla fine di resterebbe solo un insieme di rami secchi e inariditi.  Che senso avrebbe il seme nella terra che non diventi spiga, o l’acqua che, pur bagnando i campi, non li renda fertili?

Educare significa togliere, non aggiungere, smettendola di pensare che far mancare qualcosa ai figli sia una “bestemmia educativa”. Educare vuol dire sottrarre il superfluo, recidere gli eccessi della confort zone e sfrondare l’iperprotezione, avendo il coraggio di dire “no”, di far aspettare, di far mancare per insegnare ai giovani a conquistare le cose e diventare autonomi, evitando di crescerli come “orfani sociali”, direbbe Crepet.

In questi giorni vissuti con gli studenti nelle varie esperienze degli esercizi spirituali e dei viaggi di istruzione mi sono accorto che il più grande problema di questi figli/e è l’abbondanza che li  ammorba:  sedici/diciasettenni che hanno a disposizione la carta prepagata, vestiti di ultimo grido molto costosi, libertà eccessive che li introducono in esperienze troppo adulte pur essendo ancora molto giovani, autonomie di movimento sconsiderate.

A titolo esemplificativo traduco l’invito che qui vi sto facendo in un’operazione educativa semplice ma non banale. Uno su due dei  pre e adolescenti di oggi ha un profilo gaming (lo dicono  i dati Istat), magari  guadagnato tramite account di  un adulto. Questa cosa oltre ad essere illegale non va bene dal punto di vista educativo, non solo perché si  sperperano danari visto che si gioca contro  un algoritmo “sempre vincente”, ma soprattutto perché provoca una dipendenza compulsiva,  un progressivo isolamento, un ramo secco, del gran superfluo.

Cari genitori munitevi di forbici o avrete figli egoisti, incapaci di dare frutto, generare amore per sé e per gli altri.